sabato 21 ottobre 2017

Il nostro 9 luglio 2006. Ricordi di un’estate

Il nostro nove luglio del 2006 iniziò almeno dieci giorni prima: dopo i quarti di finale contro l’Ucraina cominciò a pulsare concretamente la sensazione che quei mondiali potevano diventare bellissimi.

La Germania aveva battuto l’Argentina una manciata di ore prima, avevamo fatto il pieno di idee per gli striscioni e svuotato le tasche per le trombette da stadio. Passammo i quattro giorni successivi a disegnare le nostre coreografie. Avevamo già i nostri posti per la semifinale: la nostra piccola curva in fondo, di fronte al maxischermo. Eravamo un gruppo di diciotto-venti ragazzi e il più grande di noi non aveva quindici anni.
 L’altra metà del campeggio era tedesca. Ricordo le partitelle al campetto: erano qualcosa di viscerale; giocavamo giornate intere, “in campo grande” dieci contro otto, tredici contro quindici, quattro contro quattro: Italia-Germania. Non esisteva superiorità né inferiorità numerica e non esistevano regole, non per chi portava il pallone. Facevamo un tale fragore esultando per i gol che più di una volta i guardiani venivano a spegnerci i fari del campo, dissuadendoci invano dal continuare perché a turno aprivamo al buio il portellone con il quadro elettrico che ci concedeva ancora qualche azione prima di essere nuovamente interrotti e rifugiarci altrove in sella alle nostre biciclette, quasi sempre graziella. Spesso la stessa partita finiva con risultati diversi e sia noi che loro uscivamo dal campo imbattuti.
 “Loro”. I tedeschi giocavano quel mondiale in casa ma noi affrontavamo le nostre piccole sfide difendendoci bene: eravamo forti ed entusiasti, cavolo se eravamo entusiasti! Le azioni più belle ricordo di averle fatte lì; con Coca mi capivo al volo, poi bastava dare la palla a Lory, Rena, Teo, Jamie o gli altri: qualcosa combinavano.
 Loro protestavano sempre, protestavano tanto e quasi alla nenia per ogni cosa; sembrerà strano ma così nacquero molte amicizie, a pelle, a tackle, a rigori assegnati a testa o croce. Perchè eccetto qualche suono che ci sembrava reciprocamente familiare e ci permetteva di parlare o reclamare qualcosa (fallo, fuori, angolo, gol..) non andavamo oltre le frasi imparate a scuola.
 C’erano sfottò che però capivamo al volo, luoghi comuni sugli italiani e qualcosa su Totti, Del Piero, le solite cose. 
Si vedeva da lontano che erano sicuri di vincere. 
Io avevo paura di Ballack e Podolski
perché potevano segnare da un momento all’altro.

Quel quattro luglio faceva caldissimo, e davanti al maxischermo c’eravamo noi e una bolgia di persone incantate e palpitanti. Non ricordo una partita più sentita e faccio fatica a immaginare una vittoria più bella. Il gol di Grosso fu impagabile, un capolavoro! Se un difensore si trova lì al 119′ è perchè ci crede; quello di Del Piero non lo vedemmo tutti perché stavamo ancora esultando insieme: quel gol arrivò “per sicurezza” nel caso in cui l’1-0 fosse davvero solo un miraggio, un sogno e nessuno riusciva ancora a realizzarlo.
 Il giorno dopo io e Teo siamo tornati a comprare le trombette nel supermercato più vicino perchè finivano sempre troppo presto per la gioia di chi ci sedeva accanto. Avevamo costruito anche una bara – si, una bara – di cartone con i colori della Germania da un lato e della Francia, dall’altro.
Le partitelle le giocavamo più tra di noi adesso, sapevamo tutti il perché e non ce lo tenevamo di certo dentro; dev’essere stata una bella botta perdere in casa proprio così, proprio contro di noi; noi che comunque li aspettavamo per giocare in campetto.
Il giorno della finale ci piombò addosso; ci ritrovammo catapultati a due ore prima della partita: sul maxischermo e nella tv a fianco la Rai ripercorreva il nostro cammino, sulle note di “Seven Nation Army”, neanche a dirlo.
Non potevamo fare casino fino all’inizio della partita perchè in campeggio la domenica “c’è la messa” e il guardiano ci pedinava a vista come una ronda ovunque portassimo le nostre bandiere, i cori, le bici e soprattutto le trombette. A noi importava comunque sempre troppo poco, per noi “Dio” aveva una maglia azzurra con il numero 5 e la fascia da capitano e niente e nessuno all’infuori di lui: non quella domenica di luglio, e lassù eravamo sicuri che ci avrebbero capito; a differenza delle guardinghe ed insensibili ronde.

Succede che al 7′ eravamo già sotto; sotto voleva dire fuori, voleva dire fine. Rivedemmo qualche tedesco, per dodici minuti, perchè Matrix ci portò l’1-1: è andato a prenderlo in alto, Dio se è andato in alto! 
Il resto della partita fu brividi, paura, eccitazione, essenza, adrenalina, testata.

-Testata?
- Si testata l’ho vista! L’hanno vista no? Dai che cavolo!?! Guarda! Buttatelo fuori!!
Nonna non guardò i rigori; noi dal nostro settore li abbiamo visti tutti, uno ad uno: Pirlo, Materazzi, De Rossi, Del Piero. 
E poi Grosso. Di Fabio avevamo letto il leggibile: qualche anno prima in forza al Renato Curi, poi il Palermo ed ora ad undici metri dal gol più importante per sempre, per tutti. Una passerella che poteva portare alla leggenda. Grosso era già un eroe; gli occhi un secondo al cielo, si è bagnato le labbra prima di tirare; posò gli occhi sul pallone. Posammo i nostri occhi su quel pallone, gli occhi del mondo erano su quel pallone. E poi un fischio. Il fischio, prima dell’esplosione più bella che ricordi.
Quel mondiale con gli amici di sempre, noi con le bandiere e le ragazze con il tricolore sulle guance, erano i momenti più belli di un’estate caldissima e finalmente bellissima. Ce ne andavamo a festeggiare fino a notte fonda in piscina, da Campioni del Mondo! Il primo ricordo che ho di quel trionfo è l’abbraccio con la mia migliore amica e le lacrime, tante lacrime con Raffo mentre Cannavaro alzava la coppa verso quel cielo azzurro, sopra Berlino.

Il nostro nove luglio iniziò molto molto prima, e non sembra poter finire mai.

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Francesco Bevilacqua

About Francesco Bevilacqua

Francesco Bevilacqua nasce a Gorizia il 20 ottobre 1993. Si diploma al Liceo Scientifico nel 2012. Attualmente frequenta la Facoltà di Giurisprudenza all'Università degli Studi di Trieste. Scrivere di sport è un'opportunità di crescita; gioca a calcio. @Bevilacqua_93

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