martedì 16 gennaio 2018

A Giacinto: quando l’eleganza incontra il carisma

Indossare la maglia della propria nazionale è il sogno che qualsiasi calciatore professionista vorrebbe realizzare. Tra i prescelti, in pochissimi possono affermare di aver ricoperto il ruolo di capitano, il più grande tra gli onori. In questa rubrica vi raccontiamo come hanno contribuito a scrivere la storia del nostro calcio i dieci grandi azzurri che per il maggior numero di volte sono scesi in campo portando al braccio la fascia di capitano della nazionale italiana.

Quando si pensa al capitano di una squadra, è difficile trovare un calciatore che abbia interpretato questo ruolo meglio di Giacinto Facchetti. Nato nel comune bergamasco di Treviglio, il 18 luglio del 1942, Facchetti è stato per quasi un ventennio uno dei protagonisti assoluti del calcio nostrano, sia a livello di club, vivendo in prima persona l’epopea della Grande Inter, che in Nazionale, dove vanta 94 presenze, di cui ben 70 da capitano che, dati alla mano, lo mettono alla quarta posizione della nostra speciale graduatoria.

 

Facchetti, pasta di capitano

Eleganza innata, fisico statuario e carisma fuori dal comune: queste furono le principali doti che lo resero un simbolo nel panorama calcistico europeo. A questo inoltre va aggiunta la sua incredibile modernità per il calcio degli anni ’60: sfruttando il suo passato di attaccante, Facchetti, divenuto terzino sinistro per intuizione del Mago Herrera, fu il primo “esterno fluidificante” del calcio italiano, unendo ad una capacità difensiva eccezionale una propensione per l’inserimento mai vista in precedenza per un difensore, che lo portò a segnare ben 59 goal in serie A, un record.

Il “Cipe”, così fu soprannominato nei suoi anni a Milano, si affermò immediatamente con i colori nerazzurri, guadagnandosi la prima convocazione in nazionale nel marzo del 1963, in un agevole incontro di qualificazione per gli Europei del 1964, vinto 3-0 contro la Turchia. Conquistata la titolarità della corsia sinistra, non l’abbandonerà più per quasi 15 anni. La seconda partita in azzurro sarà ancora più sorprendente: il palcoscenico è il “suo” Stadio Meazza e l’avversario è niente meno che il Brasile di sua maestà O’ Rey, ovvero Pelè. Non ci sarà storia, con gli Italiani che surclasseranno i campioni del mondo in carica per tre reti a zero.

Nell’annata successiva però per Facchetti arriva la prima grande delusione con la maglia azzurra: una sconfitta ed un pareggio con la Nazionale Sovietica sanciscono l’esclusione dall’ Europeo per la compagine guidata da Edmondo Fabbri.

Parallelamente ai trionfi targati Grande Inter, Facchetti si conferma sempre più leader del pacchetto difensivo della nazionale, che si qualifica ai Mondiali del ’66 in Inghilterra, dopo aver vinto facilmente il girone di qualificazione con Polonia, Scozia e Finlandia, contro la quale arriva la prima rete di Facchetti in nazionale.

Le speranze degli azzurri si basano sui giocatori di Inter e Bologna, allora le principali protagoniste della serie A del tempo. Nella prima partita Facchetti e compagni regolano il Cile con le reti di Mazzola e Barison, vendicando la cocente sconfitta della precedente edizione, entrata nella storia come la “Battaglia di Santiago”. Malgrado la sconfitta contro i Russi firmata Cislenko nel secondo match, a Facchetti e compagni sarà sufficiente un pareggio contro la Corea del Nord per andare a sfidare ai quarti il Portogallo di Eusebio. Come sappiamo, la realtà sarà decisamente diversa, poiché andrà in scena la più clamorosa sconfitta della storia degli azzurri. Un goal di Pak Do Ik infatti ci condanna all’ eliminazione, che costerà anche la panchina al tecnico Fabbri, e un’asprissima contestazione al rientro in patria.

Mentre volge al termine l’epoca della Grande Inter, iniziano ad arrivare le prime soddisfazioni anche con la maglia azzurra; dopo la delusione mondiale, Facchetti viene eletto capitano ed inizia la rinascita degli azzurri sotto la guida di Ferruccio Valcareggi. L’Italia infatti si qualifica per l’Europeo del 1968, che si svolgerà proprio nel Bel Paese. La formula è piuttosto particolare, poiché il torneo sarà composto solo dalle due semifinali, Jugoslavia-Inghilterra ed Italia-Urss, e la successiva finale. L’Italia dopo 90’ non va oltre lo zero a zero contro i sovietici; per il regolamento dell’epoca, la vincitrice verrà decisa con un lancio di moneta. Sarà un lancio baciato dalla sorte, poiché regala all’Italia il diritto di giocare la finale, contro gli Jugoslavi, che hanno sconfitto 1-0 l’Inghilterra.

La monetina premia il Capitano

Anche in finale l’equilibrio sarà totale: al goal di Dzaijc risponde Domenghini. Ma un Europeo non può essere assegnato con un sorteggio, pertanto si rigiocherà due giorni dopo la partita di ripetizione. Il 10 giugno i goal di Riva ed Anastasi stendono gli Jugoslavi, regalando il primo e finora unico trionfo europeo della nostra rappresentativa. In qualità di capitano, sarà proprio Facchetti ad alzare la coppa nel cielo di Roma.

Facchetti e la coppa

Il percorso di crescita della Nazionale continua, con Facchetti sempre più leader nelle gerarchie del CT Valcareggi; ottenuta la qualificazione ai Mondiali del ’70 grazie ad uno strepitoso Gigi Riva, l’Italia vola in Messico con la speranza di avere un ruolo da protagonista. Sarà il mondiale della staffetta Mazzola-Rivera, delle difficoltà iniziali e la paura di una nuova figuraccia, dopo le delusioni di tutti i mondiali successivi alla seconda guerra mondiale. La svolta arriva nei quarti di finale, dove la Nazionale darà sfogo a tutta la sua forza ed alla sua maturità: con un roboante 4-1 elimina il Messico e si appresta ad affrontare la Germania Ovest di Beckenbauer e Muller, vice campione in carica. Quello che ne verrà fuori sarà semplicemente “El partido del siglo”, con Facchetti e compagni che la spuntano con rocambolesco 4-3.

Si aprono per Facchetti e compagni le porte della finale, contro il favoritissimo Brasile di Pelè e Jairzinho: purtroppo per gli azzurri, sarà un avversario troppo ostico; nonostante una buona partita, con il punteggio di 1-1 mantenuto fino al minuto 67, il goal di Gerson spezzerà le gambe agli azzurri, che distrutti dalla logorante semifinale, contro la compagine da molti ritenuta la più forte di tutti i tempi non avranno scampo: finirà 4-1 per i verdeoro.

La carriera in Nazionale di Facchetti continuerà, sempre con la fascia al braccio, ma l’Italia non riuscirà a ripetere le grandi imprese degli anni passati e saranno piuttosto poche le soddisfazioni, poiché l’Italia mancherà la qualificazione sia agli europei del 1972 che del 1976 e sarà eliminata ancora una volta dall’Urss nel gironcino del mondiale del ’74. Tra le serate da ricordare tuttavia c’è la prima storica vittoria Azzurra in terra d’Albione, nel novembre del ’73, sancita dal goal di Fabio Capello a Wembley.

L’esperienza azzurra di Facchetti finirà curiosamente 4 anni dopo, ancora a Londra: sarà un addio agrodolce, poiché saranno gli inglesi ad imporsi con il punteggio di 2 a zero. Ciò tuttavia non scalfirà per nulla le imprese leggendarie  di cui si è reso protagonista in 14 anni di nazionale.

La classe che l’ha contraddistinto durante tutta la sua carriera, lo accompagnò anche nella seconda parte della sua carriera sportiva, ossia quella da dirigente prima e presidente poi della sua amata Inter. Facchetti si distinguerà ancora una volta per carisma ed eleganza, come diranno in moltissime occasioni numerosi esponenti dell’ambiente nerazzurro e non, primo su tutti Javier Zanetti, suo erede naturale prima come capitano sul campo ed in seguito come dirigente.

 

Facchetti morì a 64 anni, il 4 settembre del 2006; la notizia scosse molto il mondo del calcio e numerosissimi furono i messaggi di solidarietà diretti ai famigliari, a testimonianza del rispetto e ammirazione guadagnato nel corso della sua vita sportiva. Il messaggio forse più significativo fu quello dedicatogli da Fabio Cannavaro, capitano della nazionale del tempo e fresco campione del mondo, che lo definì “il Capitano dei Capitani azzurri”. E se a dirlo è stato il futuro Pallone D’oro di quell’anno, non possiamo non crederci.

Marco Ordinanovich

About Marco Ordinanovich

Marco Ordinanovich nasce a Trieste il 7 gennaio 1993. Dopo aver conseguito la laurea triennale in ingegneria civile, si trasferisce a Torino per iscriversi al corso di Laurea Magistrale. Innamorato pazzo del calcio, ma soprattutto dello sport in generale, e delle storie che esso è in grado di regalare.

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