sabato 21 ottobre 2017

Amsterdam 1928: una sconfitta che ha fatto nascere una leggenda

Trionfo e sconfitta sono due facce della stessa medaglia: per ogni vincitore c’è sempre un vinto, di cui spesso tendiamo a dimenticare, perché sull’altare della gloria c’è spazio per un solo protagonista. In quest’ottica, è innegabile che la nostra Nazionale abbia spesso fatto la voce grossa, ma non sempre…in questa rubrica infatti, andremo a ripercorrere le più cocenti delusioni del nostro calcio.

La nazionale italiana è considerata all’unanimità una “nobile” del calcio mondiale, e osservando il suo palmares non potrebbe essere altrimenti: un campionato Europeo, un Oro Olimpico e ben quattro Mondiali ne fanno una delle rappresentative in assoluto più vincenti nella storia di questo sport. Questa reputazione tuttavia, si porta dietro grandissime responsabilità: da parte di una squadra come l’Italia ci si aspetta sempre di competere ai massimi livelli e per questo le sconfitte, specialmente quelle inattese, fanno talmente tanto scalpore da rimanere impresse nell’immaginario collettivo quasi al pari delle grandi vittorie.

Probabilmente la prima grande sconfitta dell’Italia del calcio risale al lontano 1928, nelle Olimpiadi estive di Amsterdam. Malgrado le premesse iniziali, fino alla fine degli anni ’20 infatti, l’Italia era tutt’altro che una potenza del calcio europeo: dopo un promettente esordio nel 1910 (6-2 ai cugini francesi), gli azzurri subiscono una lunga serie di batoste, specialmente dalle compagini danubiane, quali Ungheria, Austria e Cecoslovacchia, autentiche dominatrici del panorama continentale.

La prima grande affermazione della rappresentativa italiana contro un avversario di alto livello arriva nel gennaio del 1926, quando in amichevole riesce ad avere la meglio sulla Cecoslovacchia del grande portiere Frantisek Planicka, uno dei migliori numeri 1 al mondo dell’epoca, assieme al formidabile Zamora, estremo difensore spagnolo.

Ma è nel 1927 che le cose sembrano cambiare: in quell’anno infatti, ha inizio la prima Coppa Internazionale, antesignana dei moderni Europei. Essa prevede un girone all’italiana, con partite di andata e ritorno, tra le 5 squadre partecipanti, ossia le danubiane di cui sopra, l’Italia e la Svizzera. L’Italia parte bene, pareggiando la prima partita contro i cechi, ma vincendo i successivi tre incontri, arrivando così in forma smagliante alla kermesse olimpica di Amsterdam, al tempo la competizione che più si avvicinava ai moderni Mondiali.

I favoriti indiscussi della competizione sono  Argentina e l’Uruguay campione in carica, mentre le speranze della nostra Nazionale sono affidate al talento dei vari Baloncieri, Schiavio e Levratto.

 

Adolfo Baloncieri, leader degli azzurri

Il torneo inizia bene per l’Italia, che nella prima partita elimina la Francia sconfiggendola per 4-3, dopo esser stata sotto 2-0; al turno successivo è la volta della Spagna, abbattuta con un sonoro 7-1 nella partita di ripetizione, dopo che il primo match era terminato con un pareggio per 1-1. Per gli azzurri si aprono le porte della prima grande semifinale della sua storia, dove ad attenderla però c’è il peggior avversario possibile, ossia l’Uruguay, che ha letteralmente scherzato con Olanda e Germania nei turni precedenti. La partita, giocata il 7 giugno, è storica poiché rappresenta la prima occasione in cui gli azzurri affrontano una compagine sudamericana. Malgrado l’indiscutibile valore dell’avversario, l’Italia non ha nessuna voglia di essere l’ennesima vittima sacrificale di Josè Leandro Andrade e compagni: la squadra è forte e l’ottimismo è tanto, talmente tanto che al nono minuto Adolfo Baloncieri porta in vantaggio l’Italia, che accarezza il sogno di un’impresa da consegnare ai posteri. Bisogna però fare i conti con la realtà, che in questo caso assume le sembianze di undici indiavolati uruguagi, capaci in quindici minuti di ribaltare il risultato con il “Vasco” Cea, Campolo ed Hector Scarone, una vecchia conoscenza del calcio nostrano, avendo militato quest’ultimo sia a Milano sponda Inter, che a Palermo.

La prima frazione si conclude con il punteggio di 3-1: sembra il preludio ad una goleada, invece l’Italia si dimostra squadra vera, restando in partita e accorciando le distanze al minuto 60 con l’altro leader della squadra, Virgilio Levratto. Gli sforzi degli azzurri però non bastano: la partita terminerà con un 3-2 amarissimo, reso ancora più indigesto da un rigore non assegnato dall’arbitro olandese Eymers, per un fallo su uno scatenato Levratto.

L’eco che susciterà questa partita fu sensazionale, soprattutto grazie alla maiuscola prestazione dei ragazzi guidati da Mister Rangone, capaci di far sudare sette camicie ai fenomenali uruguagi, tanto che il giornale inglese Telegraph uscirà con il titolo “Viva i perdenti!”. Il torneo prosegue, con l’Uruguay che andrà a bissare l’oro di quattro anni prima, sancendo il suo dominio assoluto sul calcio mondiale, coronato due anni dopo, con la vittoria della prima Coppa Rimet, ai danni ancora dell’Argentina. È nata però una nuova stella nel firmamento del calcio mondiale, e presto tutti se ne renderanno conto: l’Italia infatti, andrà a prendersi il bronzo, strapazzando per 11-3 il malcapitato Egitto, il primo traguardo di un ciclo che si rileverà pressoché irripetibile. Nel 1930 infatti, la compagine Italiana trionferà nella coppa Internazionale iniziata nel 1927, e da lì in poi non si fermerà più, portandosi a casa il Mondiale casalingo del 1934, un’altra Coppa Internazionale nel 1935, l’oro olimpico a Berlino nel 1936 ed ancora un mondiale, stavolta a casa dei francesi nel 1938.

È proprio vero che a volte, più che perdere, s’impara…a vincere.

 

Marco Ordinanovich

About Marco Ordinanovich

Marco Ordinanovich nasce a Trieste il 7 gennaio 1993. Dopo aver conseguito la laurea triennale in ingegneria civile, si trasferisce a Torino per iscriversi al corso di Laurea Magistrale. Innamorato pazzo del calcio, ma soprattutto dello sport in generale, e delle storie che esso è in grado di regalare.

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