martedì 12 dicembre 2017

CORSI E RICORSI STORICI: A 60 ANNI DI DISTANZA, SI RIPETE L’INCUBO DELL’ESCLUSIONE DAL MONDIALE

Trionfo e sconfitta sono due facce della stessa medaglia: per ogni vincitore c’è sempre uno sconfitto, di cui spesso tendiamo a dimenticare, perché sull’altare della gloria c’è spazio per un solo protagonista. In quest’ottica, è innegabile che la nostra Nazionale abbia spesso fatto la voce grossa, ma non sempre…in questa rubrica infatti, andremo a ripercorrere le più cocenti delusioni del nostro calcio.

Sono passati solamente 7 giorni dalla tremenda delusione patita a San Siro, dove lo 0-0 contro la Svezia ci ha condannato ad un’esclusione dal Mondiale che ha dell’incredibile. In questi giorni i trending topics in Italia sono stati sostanzialmente due: il primo è sicuramente la critica ai principali responsabili di una simile disfatta, ovvero l’ormai ex CT Ventura, e Presidente della FIGC Carlo Tavecchio, fresco dimissionario, il tutto contornato da decine di ipotesi sugli eventi dei giorni a cavallo tra andata e ritorno; il secondo invece è stato il continuo riferimento all’ultima esclusione patita dall’11 azzurro alla Coppa del Mondo. Molto poco invece si è detto su come andarono effettivamente i fatti in quel freddo gennaio del 1958.

 

Fischio finale al Meazza: siamo fuori

Prima della doppia sfida contro la Svezia, per altre due volte infatti l’Italia non ha presenziato alla “kermesse mondiale” ossia in Uruguay nel 1930 e in Svezia nel 1958. Tuttavia, mentre nel primo caso, le cause sono avvolte da un alone di mistero (costi e tempo di viaggio insostenibile, ripicca per la mancata assegnazione del Mondiale), il secondo rappresenta un’altra nerissima pagina della storia del nostro calcio, forse la più fragorosa sconfitta da quando la nazionale è diventata una delle protagoniste del panorama mondiale.

Dopo la delusione del mondiale Svizzero del 1954, l’Italia guidata da coach Foni si appresta ad affrontare un girone di qualificazione che sembra decisamente abbordabile: Irlanda del Nord e Portogallo sono gli avversari da battere per un’Italia che si sta rialzando dopo il disastro di Superga. Questa rinascita è un fatto che non va preso sottogamba: aver perso la miglior squadra di club italiana ha avuto indubbie ripercussioni sulla nazionale, che si ritrova a cercare nuove risorse dal campionato per tornare competitivi quanto prima, facendo leva soprattutto sulla voglia di rivalsa di un Paese che senza il calcio proprio non ci sa stare. L’idea, col senno di poi non brillantissima, sarà quella di inserire tra gli undici gli oriundi provenienti dal Sud America, come avvenne negli anni ’30 con il grande Mumo Orsi.

L’avventura dell’Italia comincia bene: nella partita giocata il 25 Aprile del 1957 all’Olimpico di Roma la nazionale azzurra sconfigge l’Irlanda del Nord per 1-0, grazia alla rete realizzata su punizione dall’esperto Cervato. Come detto però, l’Italia non attraversa uno dei suoi momenti più brillanti, e lo si capisce molto bene dalle due partite successive; la prima è un’amichevole giocata a Zagabria contro la Jugoslavia, che ci umilia con un pesantissimo 6-1 che non ammette replica. A questa disfatta, segue la seconda partita del gironcino di qualificazione: a Lisbona, il Portogallo infila per ben tre volte la porta azzurra difesa da Ottavio Bugatti. La sconfitta è cocente, ma per l’Italia nulla è compromesso: con ancora due partite da giocare, e le possibilità di strappare il pass per Stoccolma sono ottime.

Si arriva al match di ritorno contro l’Irlanda del Nord, da giocare a Belfast il 4 dicembre del 1957. Si rivelerà tuttavia una partita amichevole, giacché l’arbitro designato dalla Fifa, l’Ungherese Szolt rimase bloccato all’aeroporto di Londra a causa di una cortina nebbia che rese impossibili le operazioni di decollo. I tabellini riportano un due a due senza infamia e senza lode, dove però la compagine azzurra si renderà conto delle insidie del match, quali il calore dei tifosi sugli spalti e della fisicità dei britannici.

Prima del rematch con gli Irlandesi tuttavia è prevista la partita di ritorno contro il Portogallo, dove l’Italia restituisce il favore agli Iberici, con un tre a zero casalingo firmato da una doppietta di Gratton ed il sigillo finale di Pivatelli. Il risultato è molto positivo: sarà infatti sufficiente un pareggio a Belfast per andare a giocarsi ancora una volta la Coppa Rimet.

La partita decisiva si gioca a metà gennaio del 1958, allo stadio Windsor Park di Belfast, gremito per l’occasione; l’atmosfera è da brividi, perché malgrado gli azzurri avessero a disposizione due risultati su tre, una vittoria dei Nord Irlandesi avrebbe estromesso noi dal Mondiale, a favore degli stessi britannici.

Per l’occasione, l’Italia schiererà in campo una formazione ultra offensiva, con ben 4 oriundi: gli uruguagi Schiaffino e Ghiggia (eroi del Maracanazo), l’argentino Miguèl Montuori e il brasiliano Dino da Costa. L’Irlanda nel Nord da par suo, schiererà la solita formazione, dove l’unico nome di spicco era il centrocampista del Manchester United John Blanchflower.

Le scelte del Commissario tecnico Foni risulteranno tuttavia disastrose: in una partita estremamente maschia, la scarsa fisicità dei talentuosi sudamericani ed un centrocampo del tutto sbilanciato verso l’attacco, i nord irlandesi domineranno tutto il primo tempo. Sarà Mclloroy ad aprire le danze al minuto 13, a cui seguirà il raddoppio siglato da Cush, già autore di una doppietta nel match di dicembre, al 28esimo, che fissa il risultato sul 2-0, con il quale si conclude il primo tempo.

Nella ripresa, l’Italia proverà a riaprire la partita, cercando una rimonta disperata. Nel bene e nel male saranno proprio gli oriundi i protagonisti del secondo tempo: al 56’ infatti, Da Costa sfrutta un’indecisione del portiere Uprichard ed insacca da distanza ravvicinata. Tuttavia al minuto 68 infatti, Ghiggia si fa cacciare dal direttore di gara per un fallo di reazione all’ennesima provocazione dei difensori avversari. Sarà la mazzata definitiva per gli azzurri, che con un uomo in meno non riusciranno nell’impresa di pareggiare, e saranno costretti a dire addio al sogno iridato.

Da Costa ed il portiere Uprichard

Esattamente come nel 2017, il capo espiatorio di questa disfatta fu il CT Foni, il quale verrà esonerato a seguito delle pesanti critiche riguardanti la scelta di schierare ben 4 oriundi, tutti con caratteristiche prevalentemente offensive, a discapito dell’equilibrio di squadra, da sempre prerogativa del calcio nostrano. Ma gli almanacchi dicono chi, non dicono come, e ciò che resta è solamente una sconfitta amarissima, che ci esclude per la prima volta da un Mondiale; purtroppo, come ben sappiamo non sarà l’ultima.

Le analogie però tra queste due disfatte sono quanto mai marcate: certo, i contesti sono decisamente diversi, ma in entrambi i casi si è evidenziato dei clamorosi limiti nella gestione dell’intero movimento nazionale. Con ogni probabilità ora il problema è decisamente più grave, dato il fatto che non è legato principalmente ad uno shock come la terribile disgrazia di Superga, ma ad un intero sistema che sembra non funzionare, dove il talento non viene valorizzato al meglio e la collaborazione tra squadre di club e nazionali è pressoché inesistente. Sarebbe troppo semplicistico dar la colpa ad una massiccia presenza di calciatori stranieri nelle rose dei club di serie A, visto che le percentuali sono, punto più punto meno, in media con gli altri grandi campionati europei; il vero grande problema è la gestione dei proventi dei club: investimenti costanti sul mercato giocatori, a discapito di infrastrutture e settori giovanili, non permettono di creare progetti di media/lunga durata, che come la Germania ci insegna, sono fondamentali per poter tornare competitivi su scala mondiale.

La speranza di tutti gli appassionati di calcio è che dopo aver toccato il fondo, il calcio italiano trovi la forza di rialzarsi, trasformando questa terribile delusione come trampolino di lancio per una rinascita necessaria, perché senza l’Italia, il calcio ha tutto un altro gusto.

MARCO ORDINANOVICH

About Marco Ordinanovich

Marco Ordinanovich nasce a Trieste il 7 gennaio 1993. Dopo aver conseguito la laurea triennale in ingegneria civile, si trasferisce a Torino per iscriversi al corso di Laurea Magistrale. Innamorato pazzo del calcio, ma soprattutto dello sport in generale, e delle storie che esso è in grado di regalare.

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