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Brilla l’Italrugby: 28-17 alla Georgia

Ci sono partite e partite. Quelle che da pronostico ti vedono perdente, altre dove al contrario nessuno si aspetta che tu possa perdere, infine quelle combattute alla pari. Ieri, allo Stadio Artemio Franchi di Firenze è andata in scena una partita che non aveva niente a che fare con i pronostici, ma solo con speranza e desiderio di vittoria per entrambe le squadre e tifoserie.
Ai meno informati Italia-Georgia potrebbe non far scattare nessuna campanello d’allarme, ma ora vi spiego perché dovrebbe.

Italia: al quattordicesimo posto del ranking mondiale, chiuse al terzo posto nel girone di qualificazione il suo tour inglese della Coppa del Mondo 2015, regalandosi il biglietto per Giappone 2019, ma non fu abbastanza per proseguire ai quarti, che accolsero invece Francia e Irlanda dello stesso pool. L’anno successivo l’arrivo di Connor O’Shea sulla panchina azzurra diede il via ad un rinnovamento nelle tattiche e nella rosa. Si registrò così il risultato migliore degli ultimi anni: la vittoria (mai avvenuta in precedenza) per 20 a 18 nel test match di Novembre contro la nazionale del Sudafrica, i quarti più bravi al Mondo.
Georgia: anche i “Lelos” terminarono il Mondiale 2015 in terza posizione del girone, battendo Tonga e Namibia e perdendo contro un ottima Argentina e i campioni in carica Neozelandesi. Nel biennio 2014-2016 vinse la European Nations Cup (il Sei Nazioni di serie B, per intenderci) asfaltando ogni squadra, senza infatti mai perdere nessuna delle dieci partite, guadagnandosi così un’ottima reputazione e anche il tredicesimo posto nel ranking mondiale.

La disputa.
Così, proprio in virtù del sopra citato ranking, da qualche anno in Europa più di qualcuno ha cominciato a sostenere che, forse, la nazionale georgiana meritasse di più di quella azzurra di partecipare al torneo Sei Nazioni – nel quale effettivamente l’Italia ha per tredici volte su diciannove partecipazioni ha occupato il posto dell’ultima in classifica. Considerando poi che l’ultima volta che queste nazionali si sono incontrate era il 2003 (vincemmo ad Asti 31 a 22 con quattro mete contro una), l’unica via per mettere a tacere queste chiacchere era far parlare il campo.

Ecco così spiegato anche all’utente meno ferrato cosa è significato questo match: una disfida a singolar tenzone, se avessimo per le mani un romanzo di Dumas. Perfino la scelta della location, lo Stadio di Firenze, non sembra esser stata casuale, quasi ad aver voluto presagire una partita somigliante più al calcio storico piuttosto che al rugby. Vi dirò subito: l’aspettativa si è rivelata corretta.

La partita.
Il primo tempo si è aperto con un buon attacco degli azzurri, fermati fallosamente a pochi metri dalla meta; il calcio di punizione è stato realizzato poi da Tommaso Allan al nono minuto. La risposta degli ospiti non si è fatta attendere ed è stata travolgente come giustamente questi “schiacciassassi” sanno fare: solo dopo 5 minuti Mchedlidze ha trovato il varco nella difesa e la meta. Il gelo della tifoseria di casa, fin quel momento attiva, e l’esplosione di gioia dei supporter caucasici ha fatto tremare non solo lo stadio ma anche gli animi azzurri sugli spalti. Matiashvili, come se non bastasse, non sbaglia la trasformazione.
Tuttavia essendo italiani ci ricordiamo di entrare in partita solo dopo che siamo sotto di qualche punto – che esso si chiami gol, meta, set o in altro modo poco importa. Lo sa bene Michele Campagnaro: è stato suo l’errore difensivo che ha permesso il vantaggio georgiano. Così, appena cinque minuti dopo, al ventesimo, quando ha ricevuto la palla da Allan, ha steso prima un difensore, poi un altro, eludendo altri due e schiacciando la palla in meta, il tutto in dieci metri. Allan, poi, ha calciato per trasformare da 5 a 7 i punti di quell’azione.
L’aggressività dell’Italia, poi, ha pagato ancora: nel trentaseiesimo un calcio di punizione ci ha portato a quasi il doppio dei punti avversari (13 a 7), ma è due minuti dopo che l’intesa tra Tito Tebaldi e Mattia Bellini sull’ala chiusa ha regalato agli azzurri il primo vero sostanziale distacco, mentre i georgiani erano con un uomo in meno (ammonito Gorgadze per gioco pericoloso e quindi fuori dal campo per 10 minuti).
La ripresa è stata subito molto forte per noi: Dean Budd, italo-neozelandese e laureato in economia, sa bene che il tempo è denaro così ha deciso di sfruttare un momento di rilassamento della difesa avversaria per andare a meta dopo appena due minuti. Un quarto d’ora dopo invece è stato Allan a trovare il varco e a correre indisturbato per metà campo e marcare.
A questo punto l’Italia avrebbe potuto dilagare e vincere “Quaranta a zero” -parole del tecnico O’Shea- invece, al ventitreesimo della ripresa, l’arbitro ha giudicato scorretto l’intervento di Tommaso Benvenuti, il quale era andato a salvare una meta georgiana praticamente già fatta; il verdetto è pesante: placcaggio ad un giocatore senza palla, quindi cartellino giallo e dieci minuti di panchina. Così, da attaccanti gli azzurri son diventati difensori ma hanno tenuto molto bene gli assalti dei “Lelos”, i quali hanno, col facile senno del poi, commesso qualche errore tattico che ha precluso la strada del pareggio.
Dal 18 a 7 del primo tempo, al 28 a 17 del secondo. Dopo 80 minuti il campo ha detto la sua: l’Italia ha sconfitto la Georgia.

Conclusioni.
E’ andata bene, ma poteva andare meglio. Una vittoria schiacciante poteva spazzare via una volta per tutte le varie dicerie sulla promozione della Georgia, dare più fiducia ai supporter e darci carica per il 2019 che sarà, con il Sei Nazioni di Febbraio e il Mondiale a Settembre, molto impegnativo.
In fase offensiva, lo stesso capitan Ghiraldini lo ha ammesso, ci son stati troppi turn over. Occasioni sprecate che per una Georgia già potevano costare caro, figuriamoci contro le due terribili Australia e Nuova Zelanda in programma per Padova e Roma rispettivamente il 17 e il 24 di Novembre. Anche i calci piazzati di Tommaso Allan dovranno migliorare per poter essere una buona spina nel fianco dei futuri avversari.
Le note positive si registrano nella buona gestione del pallone sia su gioco aperto che su ripartenza da punto d’incontro, sulla percussione della mischia e nel miglioramento della condizione atletica generale, criticità evidente degli ultimi anni per la quale il tecnico Connor O’Shea ne ha fatto questione personale.

 

 

 

Michele Lescovez

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