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Il nostro 9 luglio 2006

[dropcap]I[/dropcap]l nostro nove luglio iniziò molto prima, almeno il trenta giugno; dopo i quarti di finale contro l’Ucraina cominciò a pulsare concretamente l’idea che quei mondiali potevano essere bellissimi. La Germania aveva battuto l’Argentina una manciata di ore prima, avevamo fatto il pieno di idee per gli striscioni e raccolto i soldi per le trombette da stadio. Passammo i quattro giorni successivi a disegnare le nostre piccole coreografie, avevamo già i nostri posti per la semifinale, eravamo un gruppo di quindici-venti ragazzi e il più grande di noi non aveva quindici anni.
L’altra metà del campeggio era tedesca. Ricordo le partitelle al campetto: erano qualcosa di viscerale; giocavamo giornate intere, “in campo grande” dieci contro otto, tredici contro quindici, quattro contro quattro: Italia-Germania. Non esisteva superiorità né inferiorità numerica e non esistevano regole, non per chi portava il pallone. Facevamo un tale casino esultando per i gol che più di una volta i guardiani venivano a spegnerci i fari del campo, dissuadendoci dal continuare.

Altre volte la stessa partita finiva con risultati diversi, noi e loro uscivamo dal campo imbattuti.
“Loro”. I tedeschi giocavano quel mondiale in casa ma noi conducevamo le nostre piccole sfide difendendoci bene; eravamo forti ed entusiasti, cavolo se eravamo entusiasti! Le azioni più belle ricordo di averle fatte lì; con Coca mi capivo al volo, poi bastava dare la palla a Lory, Rena, Teo, Jamie o gli altri, qualcosa combinavano.

Loro protestavano sempre, protestavano tanto e quasi alla nenia per ogni cosa; sembrerà strano ma così nacquero molte amicizie, a pelle, perchè eccetto qualche suono che ci sembrava reciprocamente familiare e ci permetteva di parlare o reclamare qualcosa (fallo, fuori, angolo, gol..) non andavamo oltre le frasi fatte a scuola.
C’erano sfottò che però capivamo al volo, luoghi comuni sugli italiani e qualcosa su Totti, Del Piero, le solite cose.
Si vedeva da lontano che erano sicuri di vincere.

Io avevo paura di Ballack e Podolski, potevano segnare da un momento all’altro.
Quel quattro luglio faceva caldissimo, e davanti al maxischermo c’eravamo noi e una bolgia di persone. Non ricordo una partita più sentita, né una vittoria più bella. Il gol di Grosso fu impagabile, un capolavoro: se un difensore si trova lì al 119′ è perchè ci crede, quello di Del Piero non lo vedemmo tutti, stavamo ancora esultando insieme: quel gol arrivò “per sicurezza” nel caso in cui quel sinistro di Grosso fosse davvero solo un miraggio, un sogno.
Il giorno dopo ci svegliammo ed era “tutto vero“. Io e Teo siamo tornati a comprare le trombette perchè non ci duravano mai dopo i primi 15′; abbiamo costruito anche una bara – si, una bara – di cartone con i colori della Germania da un lato, e della Francia dall’altro.

Le partitelle le giocavamo più tra di noi adesso, sapevamo tutti il perché e non ce lo tenevamo di certo per noi; dev’essere stata una bella botta perdere in casa proprio così, proprio contro di noi; d’altronde quella volta a Roma la coppa ce l’avevano praticamente alzata in faccia, i tedeschi.

Il giorno della finale ci piombò addosso; ci ritrovammo catapultati a due ore prima della partita: sul maxischermo e nella tv a fianco la Rai ripercorreva il nostro mondiale, “Seven Nation Army” neanche a dirlo, era la canzone di fondo.

Non potevamo fare casino fino all’inizio della partita perchè in campeggio la domenica “c’è la messa”, il guardiano ci controllava come una ronda ovunque portassimo le nostre bandiere e soprattutto le trombette. A noi importava comunque sempre troppo poco, per noi “Dio” era Cannavaro e niente e nessuno all’infuori di lui: non quel giorno, e avrebbe capito.
Eppure al 7′ eravamo già sotto; sotto voleva dire fuori, voleva dire fine. Rivedemmo qualche tedesco, per dodici minuti, perchè Matrix ci portò l’1-1, è andato a prenderlo in alto, Dio se è andato in alto!
Il resto della partita fu brividi, paura, palpitazione, essenza, battiti, testata.

-Testata?
-Si testata l’ho vista! L’hanno vista no? Dai che cavolo!?! Guarda! Buttatelo fuori!!

Nonna non guardò i rigori; noi dalla nostra piccola curva li abbiamo visti tutti, uno ad uno: Pirlo, Materazzi, De Rossi, Del Piero.
E poi Grosso, qualche anno prima in forza al Renato Curi, ora ad undici metri da un sogno. Grosso era già un eroe; gli occhi un secondo al cielo, si è bagnato le labbra prima di tirare, gli occhi sul pallone. I nostri occhi su quel pallone, gli occhi del mondo su quel pallone. E un fischio. Il fischio.

Quel mondiale con gli amici di sempre, noi con le bandiere e le ragazze con il tricolore sulle guance, erano i momenti più belli di un’estate caldissima e finalmente bellissima. Ce ne andavamo a festeggiare fino a notte fonda in piscina, da Campioni del Mondo! Il primo ricordo che ho di quel trionfo è l’abbraccio con la mia migliore amica e le lacrime, tante lacrime, mentre Cannavaro alzava la coppa verso quel cielo azzurro, sopra Berlino.

Il nostro nove luglio iniziò molto prima, e di sicuro non finirà mai.

 

 

 

Francesco Bevilacqua

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Francesco Bevilacqua

Francesco Bevilacqua nasce a Gorizia il 20 ottobre 1993. Si diploma al Liceo Scientifico nel 2012. Attualmente frequenta la Facoltà di Giurisprudenza all'Università degli Studi di Trieste. Scrivere di sport è un'opportunità di crescita; gioca a calcio. @Bevilacqua_93