lunedì 22 ottobre 2018

Kaiser Franz Baresi: inferno, paradiso e ritorno

Indossare la maglia della propria nazionale è il sogno che qualsiasi calciatore professionista vorrebbe realizzare. Tra i prescelti, in pochissimi possono affermare di aver ricoperto il ruolo di capitano, il più grande tra gli onori. In questa rubrica vi raccontiamo come hanno contribuito a scrivere la storia del nostro calcio i dieci grandi azzurri che per il maggior numero di volte sono scesi in campo portando al braccio la fascia di capitano della nazionale italiana.

Che Franco Baresi sia stato uno dei più grandi liberi che la storia del football abbia mai potuto ammirare è opinione unanime, che sia stato il più grande è opinione di tanti. Per quasi tutto l’arco della sua leggendaria carriera il numero 6 di Travagliato (BS) ha portato al braccio la fascia di capitano. Lui, rossonero del secolo, che nel 1982 decise di rimanere al Milan nonostante la seconda retrocessione nel giro di tre anni e che per questo e altri motivi si vide nominare capitano dei diavoli a sole 22 primavere. Dal 1990 al 1994 guiderà da leader dello spogliatoio la nazionale azzurra, collezionando 31 presenze da capitano e andando pertanto a posizionarsi al settimo posto nella nostra speciale classifica.

Una vita al Milan (1977-1997), da Piscinin che era (soprannome attribuitogli in gioventù), a Kaiser Franz che divenne (evidente l’accostamento a Beckenbauer), Baresi ha scritto la storia del club a tinte rossonere, potendo vantare a fine carriera di un palmares invidiabile da chiunque: 6 Scudetti e 3 Coppe dei Campioni, giusto per ricordare i più prestigiosi. Diverse le soddisfazioni ottenute anche con i premi individuali, come l’inserimento nel FIFA 100 di Pelè e nelle “Leggende del Calcio” del Golden Foot, oltre al meritato riconoscimento all’interno della Hall of Fame del calcio italiano. Con la maglia azzurra, invece, Baresi si può fregiare del più straordinario dei trofei, la Coppa del Mondo. Prese infatti parte alla spedizione iberica del 1982, senza però scendere mai in campo. Il debutto in nazionale maggiore avvenne solamente il dicembre dello stesso anno, in un’Italia – Romania valida per le qualificazioni agli europei del 1984 e terminata a reti inviolate. Da allora Baresi non vinse mai più nulla con la casacca della nazionale; protagonista sia a Italia ’90, sia a USA ’94, Kaiser Franz toccò nuovamente il cielo con un dito, per poi essere ricacciato violentemente a terra a mescolare le lacrime al terreno arido.
Già, perché se il mondiale casalingo del 1990 si rivelò una delusione indescrivibile per gli azzurri, che con le reti di Schillaci e le parate di Zenga si spinsero fino a una meritatissima semifinale con 7 gol all’attivo e 0 al passivo, ma vennero poi eliminati dall’Argentina soltanto dagli undici metri, USA ’94 sarebbe stata l’ultima vera possibilità per Baresi di sollevare la coppa più ambita per la seconda volta, ma questa da protagonista, da capitano di una compagine di fenomeni, che poteva annoverare tra le proprie file campioni del calibro di Paolo Maldini, Roberto Donadoni e Roberto Baggio. Ma le cose non andarono affatto per il verso giusto: inferno, paradiso e ritorno.

Ma andiamo con ordine.
Il 18 giugno, sotto i 33 gradi di New York, l’Italia debutta contro l’Irlanda al Giants Stadium, dimora dei Giants e dei Jets nelle rispettive sfide casalinghe di NFL. Le cose si mettono male presto e inaspettatamente per gli azzurri, che si vedono sotto nel punteggio dopo appena 11’ a seguito del pallonetto di Houghton ai danni di un distratto Pagliuca. Tutto nasce proprio da un banale errore dal limite dell’area di capitan Baresi che non controlla un comodo pallone con il petto e favorisce l’attaccante dell’Aston Villa. Complicato il debutto degli italiani, che nell’arco dei 90’ si affacciano di rado nella trequarti irlandese, arrivando a tirare nello specchio una sola volta con Signori. Esordio con sconfitta e timore palpabile di una quantomai inaspettata eliminazione fin dalla fase a gironi del torneo.
Stesso orario, stesso stadio, stessa temperatura il 23 giugno contro la Norvegia. Altra Italia. Basta un 1-0 firmato Dino Baggio a restituire speranze agli azzurri, che ridotti in dieci dall’espulsione di Pagliuca (calvinista la definirà il giorno dopo Giancarlo Padovan per il Corriere della Sera, in quanto sicuramente severa) si vedranno privare anche del loro uomo più talentuoso, il Divin Codino, sacrificato inaspettatamente da Sacchi per fare posto a Marchegiani. Ma la brutta, pessima notizia arriva al 4’ del secondo tempo. Baresi a terra, dolorante e sostituito. I medici si pronunciano, operazione al menisco in vista, mesi di stop e mondiale finito. Non sarà così.
Intanto gli azzurri, privi del loro capitano, chiudono il girone al terzo posto a seguito del pareggio per 1-1 sotto il cielo di Washington. Nel ’94 erano 24 le squadre partecipanti alla competizione e l’Italia venne pertanto ripescata tra le migliori terze, ma qualcosa doveva assolutamente cambiare per poter sperare di proseguire nel torneo.
La svolta avviene agli ottavi di finale. L’Italia sfida la Nigeria a Boston il 5 luglio. Ore 13. Una vittoria siglata Roberto Baggio, che non si accontenta di firmare il suo primo centro in territorio americano con un destro dal limite dove Rufai non può arrivare, ma si esalta nel corso del match lanciando al 101’ Benarrivo che viene steso in area e prendendosi la responsabilità di calciare un rigore pesantissimo. Freddo, cinico, spietato: 2-1 e Italia ai quarti con l’uomo della provvidenza.
Fu davvero la svolta il match contro gli africani, perché da quel momento Baggio non si ferma più. Suo il gol vittoria al 87’ nel 2-1 sulla Spagna e straordinaria doppietta in semifinale contro la Bulgaria nell’arco di cinque minuti. E’ finale.
E Baresi? Mentre i suoi compagni erano impegnati a scalare il monte Olimpo, Kaiser Franz si preoccupava di bruciare le tappe. L’aveva segnato nel calendario quel 17 luglio. Ci sarebbe stato al Rose Bowl di Pasadena, nessuno glielo avrebbe impedito. Così fu. Ventiquattro i giorni impiegati dal milanista per recuperare dall’infortunio al menisco e sfidare la Seleçao, cose mai viste. Ma la cosa forse ancor più sconcertante è che all’appuntamento si presenta in condizioni straordinarie. Una partita che gli vale il 9 in pagella della Gazzetta dello Sport, ma che, come detto, lo fa volare alto in cielo, per poi essere scaraventato a terra con le ali bruciate. Lo 0-0 si protrae fino al 120’. Il capitano, afflitto dai crampi, si candida comunque per battere il primo calcio di rigore della lotteria. Una lunga rincorsa e destro alto sopra la traversa. Kaiser Franz in ginocchio. Kaiser Franz in lacrime. Al suo si aggiungeranno gli errori di Massaro e Roberto Baggio. Brasile campione. “E’ stato il mondiale dei crampi e delle lacrime” fu il commento a caldo del grande escluso Gianluca Vialli, che in rotta con Sacchi si dice facesse addirittura il tifo per i verdeoro.

Svanì così, dunque, il sogno di Baresi di vincere per la seconda volta la Coppa del Mondo. Un giocatore del su calibro avrebbe senza dubbio meritato di alzarla da capitano. Ma le cose non vanno sempre come devono andare, e forse se così non fosse Baresi non l’avrebbe nemmeno giocata quella partita. Il calcio è un gioco crudele, e la storia di Baresi lo dimostra. Un continuo ossimoro, che lo ha visto trionfare ai più alti livelli col Milan, ma anche calpestare i prati della serie cadetta con la stessa squadra. Quel Piscinin che è salito sul tetto del mondo nel ’82 , ma che non si è riuscito a ripetere nel ’90 e nemmeno nel ’94, andando vicinissimo, però, al conseguimento dell’obiettivo. Ma questo è il football, questo è lo sport, tutti gli atleti lo possono testimoniare. E a noi piace da morire.

 

Nicola Zovi

About Nicola Zovi

Nicola Zovi nasce a Belluno il 6 luglio 1993. Consegue nel 2012 la maturità classica. Nel 2018 è Dottore in Giurisprudenza. Ama infinitamente lo sport, raccontarlo e farselo raccontare. Giocatore di basket, nutre una passione sconfinata per il calcio.

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