lunedì 23 aprile 2018

Quando i sacrifici ripagano: Dino Zoff

Indossare la maglia della propria nazionale è il sogno che qualsiasi calciatore professionista vorrebbe realizzare. Tra i prescelti, in pochissimi possono affermare di aver ricoperto il ruolo di capitano, il più grande tra gli onori. In questa rubrica vi raccontiamo come hanno contribuito a scrivere la storia del nostro calcio i dieci grandi azzurri che per il maggior numero di volte sono scesi in campo portando al braccio la fascia di capitano della nazionale italiana.

Concreto, Dino Zoff. Concreto. Lontano dalle prime pagine, lontano dalle chiacchiere, lontano da tutto ciò che fosse poco professionale. Non particolarmente spettacolare in campo, all’esterno chiuso, silenzioso, riflessivo. L’arte del lavoro e della fatica, valori tramandatigli dal padre, Mario, che sudava nei campi ogni giorno e ben conosceva il significato del sacrificio. La popolarità, il denaro, la gloria, niente di tutto ciò gli diede mai alla testa. Oro di Napoli prima (1967-1972), SuperDino alla Juventus poi (1972-1983). Dal suo passaggio in bianconero fino al termine della carriera non abbandonerà i pali nemmeno per un secondo. 11 anni consecutivi senza mai scaldare la panchina. “Finché sei zero a zero puoi vincere uno a zero”: questo il suo mantra. Concreto, Dino Zoff. Concreto.

In nazionale un percorso lunghissimo, fatto di alti e bassi, che inizia nel 1968 e si conclude nel 1983. Quattro campionati mondiali disputati già fanno intendere lo spessore del calciatore, del campione, che una volta appesi gli scarpini al chiodo intraprende la carriera da allenatore, che lo vede vestire i panni del CT a Euro2000, dove solo il golden gol di David Trezeguet lo condanna al secondo gradino più alto del podio. 59 presenze da capitano e quinto posto nella nostra speciale classifica.

Zoff esordisce il 20 aprile del ’68 mantenendo la propria porta inviolata nel 2-0 a Napoli contro la Bulgaria. Si trattava di un match valido per la qualificazione agli europei dello stesso anno. Di quel match Dino ricorda una decisiva parata su Asparuhov, attaccante dal grandissimo talento che solo tre anni prima era arrivato quarto nella classifica per il pallone d’oro e che tragicamente verrà coinvolto in un incidente mortale nel ’71. Ottenuta la qualificazione, fu Artemio Franchi a convincere i dirigenti UEFA a far disputare la fase finale della competizione continentale in Italia. La semifinale contro l’URSS è condizionata dalla buona sorte. 0-0 dopo 120’ e destino in mano alla dea bendata: il lancio della moneta favorisce gli azzurri che prenotano la finale. A sorpresa la Jugoslavia sconfigge 1-0 la favoritissima Inghilterra e stacca il biglietto per l’atto finale. L’8 giugno è lo stadio Olimpico di Roma ad ospitare le due compagini. Italia dominata e messa sotto dal gol di Dzajic, con Zoff protagonista in diversi interventi che evitano la figuraccia agli azzurri. Poi, quando tutto sembra perduto e lo 0-1 già appariva un regalo, al minuto 86’ Domenghini calcia malamente una punizione dal limite che passa sotto la barriera e sorprende l’estremo difensore jugoslavo. Si va a una clamorosa ripetizione.
Due giorni dopo è l’Italia a fare la partita. Riva e Anastasi liquidano in mezzora i balcanici e firmano il 2-0 che garantisce il primo e fin qui unico trofeo continentale alzato dalla nostra nazionale. Della finale SuperDino ha un ricordo dolce: “ L’Olimpico ci fece venire i brividi. Ci portarono in albergo per la cena ufficiale e poi ci fecero affacciare alla finestra per salutare la gente che aveva invaso la strada”. E così il ’68, l’anno dei movimenti di massa e delle contestazioni, ma anche degli spiriti liberi e dell’anticonformismo, si dimostrò ancor di più in quella calda serata di giugno, l’anno dei giovani e delle piazze.

La formazione azzurra nella finale contro la Jugoslavia

Di fatto, però, Zoff fatica a guadagnarsi la tanto desiderata porta della nazionale negli anni a seguire. Celebre il dualismo con l’allora portiere del Cagliari Enrico Albertosi, che in occasione di Messico ‘70 condannerà SuperDino ad accontentarsi del ruolo di secondo senza di fatto mai scendere in campo. Troppo diversi i due per andare d’accordo: alla serietà e pacatezza di Zoff si contrapponeva l’estro e l’esuberanza di Ricky, che nonostante la professionalità non esemplare (basti pensare che la passione per le sigarette non la nascondeva nemmeno in spogliatoio), difese maestosamente i pali azzurri nella rassegna iridata. Soltanto dal ’72 Dino si approprierà della porta della nazionale senza mai più abbandonarla.
I primi mondiali che videro Zoff finalmente titolare furono quelli del 1974. Ricordo amaro. L’Italia venne eliminata al girone a seguito della sconfitta per 2-1 contro la Polonia. Prima di quel match un inutile pareggio contro l’Argentina e una poco convincente vittoria per 3-1 ai danni di Haiti, paese che per la prima volta nella storia di un mondiale di calcio si ritrovava a rappresentare le Antille. Fu Emmanuel Sanon, il miglior realizzatore di sempre di Haiti con i suoi 47 gol, a trafiggere Zoff in quella circostanza, interrompendo così la sua imbattibilità che durava da ben undici incontri.

A 36 anni, poi, Zoff si appresta a disputare il suo primo mondiale da capitano, con quella fascia che gli era stata ceduta soltanto un anno prima da Giacinto Facchetti. E’ una grande Italia in quella circostanza, che si arrende soltanto a un passo dalla finale nello scontro da dentro o fuori contro l’Olanda. Ma SuperDino, che aveva fin lì contribuito assieme ai suoi compagni al raggiungimento di quello straordinario traguardo, tradisce le attese subendo due gol dalla lunga distanza, che uniti a una prestazione complessiva mediocre, comportano la fine del sogno. Le durissime parole di Gianni Brera, che alluse a qualche diottria mancante dell’estremo difensore friulano, non scalfirono le certezze di una leggenda che, quattro anni dopo, si sarebbe aggiunta al firmamento dei grandi capitani campioni del pianeta.

E così fu Spagna ’82. L’immagine indelebile che vede SuperDino protagonista è quella che lo ritrae negli ultimi minuti dello spareggio per la semifinale, pancia a terra e col braccio teso sulla linea di porta a fermare il pallone dell’eliminazione scagliato dal brasiliano Oscar. Ma Dino precisa:“Fu una parata complicata, perché era l’ultimo minuto e perché ho bloccato la palla sulla linea. Sono stati secondi di terrore, già una volta in Romania mi dettero goal per un pallone che non era entrato. Andò bene, anche se devo dire che la parata più importante la feci sul 2-1, uscendo a terra su Cerezo”. Insomma: decisivo.
Ma è un’altra l’immagine chiave della rassegna iberica: siamo sull’aereo che riporta i campioni a casa, e la coppia Zoff-Pertini sfida quella composta da Causio e Bearzot. No, non allestirono un campo da calcio nel velivolo, ma i quattro si sfidarono a scopone. Pertini, infuriato dopo essere stato sconfitto, attribuisce la colpa al capitano azzurro che anni dopo confesserà che fu un sette lasciato sul tavolo dal presidente a comportare quel risultato. Ma fu presto pace fatta: alla cena in Quirinale Pertini volle al proprio fianco da una parte Bearzot, dall’altra proprio Zoff, e chi se ne importava se qualche ministro si sarebbe poi ritrovato in piedi.

La famosa partita a carte

La carriera di Zoff con la maglia della nazionale si conclude l’anno successivo, in un Svezia-Italia 2-0 a Göteborg. Se avesse potuto a 41 anni avrebbe proseguito, ma era tempo di fare spazio ad altri. Era tempo di cedere la propria fascia a Gaetano Scirea, del quale ha un ricordo delicato e commosso: “Era un uomo dallo stile autentico. Mi manca molto, soprattutto per la sua serenità”. E così, arriva  il tempo di riposare anche per Dino, che come papà Mario dopo una giornata di lavoro sui campi, può finalmente permettersi un bicchiere di vino sulla comoda poltrona di casa, con la consapevolezza di avere dato tutto quello che si poteva dare, senza rimpianti.

 

Nicola Zovi

About Nicola Zovi

Nicola Zovi nasce a Belluno il 6 luglio 1993. Consegue nel 2012 la maturità classica. Nel 2018 è Dottore in Giurisprudenza. Ama infinitamente lo sport, raccontarlo e farselo raccontare. Giocatore di basket, nutre una passione sconfinata per il calcio.

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