venerdì 22 giugno 2018
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Storie di rugby: intervista esclusiva a Carlo Festuccia

Venerdì mattina: giorno di un’intervista programmata al volo da tempo, il telefono suona vicino ad una lista di domande; all’altro capo Carlo Festuccia, attuale tallonatore dei London Wasps con alle spalle oltre 50 presenze in maglia azzurra e tanto da raccontare.
Ecco l’intervista che ne è nata, e con essa la speranza di rivedere in Nazionale il “guerriero” per i mondiali inglesi del prossimo anno..

forzalaquila.com
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Hai sempre giocato a Rugby? Come ti sei avvicinato a questo sport?
Ho iniziato a L’Aquila quando avevo sedici anni, prima giocavo a tennis, mi sono avvicinato a questo sport per una scommessa con un amico di famiglia ex giocatore di rugby che mi ha detto: “facciamo una partita, se vinco io vai a provare a giocare a rugby, se vinci tu continui a giocare a tennis”. Ho perso contro di lui e sono entrato nel mondo del rugby.

Dopotutto si è rivelata una scommessa vincente però..
E’ diventata la mia vita quindi meglio così, non penso che avrei mai fatto carriera con il tennis..

Si discute molto della rivalità che c’è tra rugby e calcio. Che consiglio daresti ad un ragazzino indeciso tra i due sport?
Penso che ognuno sia portato a prendere la propria strada: c’è chi ama più il calcio e chi ama di più il rugby. Credo che la cosa diversa tra questi due sport sia lo spirito con il quale ti confronti con l’avversario, la lealtà. Nel calcio molte volte c’è tanta cattiveria negli interventi che vengono fatti: puoi entrare da dietro, puoi entrare di lato e se non sei preparato ti fai male. Nel rugby questo non c’è, cioè puoi essere duro con l’avversario però tutto entro certe regole ed è un po’ un insegnamento per la vita fuori dal campo perchè impari subito a rispettare le persone che hai davanti: sai benissimo che potresti prendere due ceffoni – scherza e sai qual è il limite a cui puoi arrivare.
Penso che per un ragazzino l’ambiente rugbistico sia un buon trampolino di lancio: all’interno della squadra ci sono degli equilibri da rispettare quindi costituisce un valido insegnamento di vita.
In particolare il contatto fisico entro delle regole ti insegna a vedere fin dove puoi arrivare: ci sono i compagni e gli avversari da rispettare quindi sicuramente dal punto di vista comportamentale il rugby dovrebbe essere meglio rispetto al calcio.
Terminata
la partita io mi posso essere menato per tutto il tempo con un avversario ma quando l’arbitro fischia, è finita: non c’è mai polemica, non esiste la moviola della domenica sera; c’è sì la rabbia iniziale durante la partita ma è normale perché ognuno gioca per vincere però quando il direttore di gara fa le sue scelte la questione finisce lì perché poi non torna indietro neanche se stai lì a protestare. Adesso anche con la moviola in campo in diretta è più facile chiedere all’arbitro quando non si è sicuri, cosa che nel calcio non esiste: bisogna addirittura mettere un arbitro di porta per vedere se la palla è dentro o fuori.. ci sono un po’ di differenze sostanziali. Nulla da togliere al calcio, non è antagonismo né un discorso di visibilità, c’è chi è più portato con le mani e chi più con i piedi.

Tu adesso sei a Londra ed hai militato tanto anche in Italia: c’è tanta differenza nel rugby giocato?
Io ho iniziato in Italia poi nel 2007 mi sono trasferito in Francia, sono tornato in Italia e adesso sono in Inghilterra quindi posso dire di aver giocato in tutti i massimi campionati europei. Il rugby della Premiership è superiore a tutti gli altri sia dal punto di vista fisico sia sotto un punto di vista tecnico: è un rugby veloce, spettacolare che la gente si diverte a giocare e vedere. Se guardiamo ai club in sé penso che il sistema delle società francesi sia di un livello più alto. In Italia stiamo lavorando per crescere; è un work in progress ormai da diversi anni e piano piano ci avvicineremo anche agli standard più alti.

Un ruolo importante lo gioca anche la tradizione e la cultura, radicata in Inghilterra e quasi assente da noi..
Si, qui c’è molta più tradizione, il club in cui gioco adesso (London Wasps ndr) è nato nel 1867 ed è il secondo club più vecchio d’Inghilterra e nonostante sia formato da professionisti, si respira ancora il rugby nel quale io sono cresciuto a L’Aquila ovvero in una squadra di famiglie ed amici diverso da quello (rugby) attuale. In Inghilterra si vive più uno sport di valori, in Francia è tutto un po’ più simile al calcio: sei un professionista a tutti gli effetti, il club è un’azienda che produce mentre qui si punta molto sulla coesione del gruppo, sulle chanches di guadagnarsi i posti. Sono arrivato quest’anno e ho riscoperto il piacere di giocare in un ambiente che mi ricorda gli anni in cui ho iniziato a giocare a L’Aquila, sono in un club che funziona molto sulla famiglia, sulle relazioni e sulle persone: si lavora per crescere insieme, nessuno è contro l’altro e si lavora tutti per un unico obiettivo.

Hai esordito con la nazionale maggiore nel 2003 contro il Galles con alle spalle tanta gavetta nelle giovanili azzurre..
Si, ho esordito nella prima vittoria storica dell’Italia nel 6 Nazioni contro il Galles con tanto di meta! Come esordio non potevo chiedere di più. Fino al 2001 ho giocato con le nazionali giovanili, nel 2002 ho disputato il 6 Nazioni con la seconda nazionale e nel 2003 appunto è arrivata la prima partita da titolare nella vittoria contro il Galles.

Avrai seguito l’ultimo 6 Nazioni disputato dall’Italia: quali sono secondo te i problemi degli azzurri e quali le soluzioni per trovare quella serenità che manca ormai da tanto?
Non stando all’interno dello spogliatoio non so bene o male cosa possa succedere lì dentro, sicuramente dal punto di vista del gioco secondo me siamo tornati indietro: dopo aver fatto un buon 6 Nazioni l’anno scorso e ancora l’anno prima, i risultati di quest’anno sono piuttosto allarmanti. 52 punti subiti con l’Inghilterra e 46 incassati con l’Irlanda a un anno dal mondiale sono cifre pesanti. Non so cosa succeda all’interno dello spogliatoio, sicuramente ci sono tanti giovani ma la colpa non può essere attribuita a loro. I ragazzi hanno dimostrato che possono essere lì, basta vedere Campagnaro, Sarto.. Furno che é stato chiamato in causa ed è diventato un punto fermo di questa nazionale ed anche lo stesso Esposito che nonostante il suo errore nella prima palla che ci è costata la meta contro il Galles nell’esordio si è ripreso ed ha fatto un 6 nazioni molto positivo. Credo sia normale a vent’anni entrare in campo con un minimo di incertezza quando affronti il Galles a Cardiff quindi l’errore ci sta, siamo umani e non robot e sicuramente non è colpa sua; ci siamo passati tutti nel senso che tutti quanti abbiamo fatto errori e continuiamo a farli.
C’è comunque qualche cosa che sicuramente non ha funzionato dal punto di vista di coesione e di mentalità, non so su cosa abbiano lavorato i giocatori con lo staff tecnico ma qualche cosa è mancata di sicuro, siamo tornati indietro penso al 2004-5 dove ad un certo punto abbiamo perso un po’ il bandolo della matassa all’epoca di John Kirwan: difendevamo senza pensare a giocare, ora difendiamo, giochiamo ma facciamo anche tanti errori ma credo più che altro che sia una questione di testa e non di tecnica perchè i ragazzi sono tutti quanti tecnicamente è fisicamente preparati per affrontare sfide a questi livelli.

Cinque anni fa la scossa a L’Aquila, tu sei nato lì e cresciuto lì rugbisticamente. Nella vita come nello sport e forse maggiormente proprio del rugby, quanto è importante avere la forza di rialzarsi e continuare a correre?
Nel 2009 io ero a Parigi quando è successo ed è stato abbastanza traumatico nonostante fossi lontano. Ricordo che mi ha svegliato una mia amica nel cuore della notte ed io per otto ore non sono riuscito a parlare né con la mia famiglia né con i miei amici quindi pensavo che fosse successa una catastrofe. E’ stata una botta per una città che viveva su un tipo di relazioni da grande paese: tutti quanti si conoscevano e la vita principalmente si svolgeva nel centro storico. Adesso è cambiata molto la mentalità della gente, la scossa ha stravolto davvero questa città e molta gente ha cambiato completamente atteggiamento.
E’ difficile vivere a L’Aquila adesso però sentendo anche i miei amici “si va avanti”, ci si rimbocca le maniche che è forse un po’ la mentalità della montagna: quella di non mollare mai e di andare avanti. Non è soltanto una metafora legata al rugby, il paese è in una conca quindi isolata un po’ dal resto; ciò inevitabilmente ti porta a dare manforte l’uno con l’altro. Ci vorrà del tempo per ripartire: sono passati ormai cinque anni e penso ce ne vorranno altrettanti per cercare di rivivere un po’ L’Aquila com’era prima. Spero che dieci bastino perché vederla così fa male,adesso ci vado davvero poco non avendo niente che mi spinge a ritornarci a parte la mia famiglia e gli amici. Io
vivevo la città in maniera diversa, quando tornavo in vacanza e andavo a trovare gli amici e la famiglia era un divertimento, ora avendo anche poco tempo a disposizione faccio veramente fatica ad andare a L’Aquila e soprattutto ci vado non con la mentalità giusta, ma vederla così fa male.

Ti aspetta un futuro da allenatore?
Mah per il momento faccio ancora il giocatore; mi vedrei bene in campo da giocatore ma da allenatore ancora non lo so, fortunatamente c’è tempo per pensarci, ho ancora un paio di anni di carriera davanti: ho firmato per ancora una stagione qui con i London Wasps quindi per il momento penso a fare il giocatore. L’anno prossimo darò una mano ad una squadra londinese come allenatore ma il mio obiettivo principale è ancora giocare e perché no, magari guadagnarmi un posto al mondale che si giocherà proprio qui in Inghilterra nel 2015. Sono ancora un giocatore che può trasmettere la sua esperienza agli altri e per il momento non penso sicuramente ad allenare.

Hai parlato del mondiale, un pensierino l’avrai fatto no?
Certamente, poi chi lo sa, magari Brunel decide di convocarmi.. speriamo!

 

Te lo auguriamo! Un ringraziamento speciale alla cordialissima disponibilità di Carlo Festuccia, in bocca al lupo, alla prossima!!

 

 

(immagine in evidenza rugbyuniontimes.com)

 

 

 

Francesco Bevilacqua in collaborazione con Tiziano Godina

 

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About Francesco Bevilacqua

Francesco Bevilacqua nasce a Gorizia il 20 ottobre 1993. Si diploma al Liceo Scientifico nel 2012. Attualmente frequenta la Facoltà di Giurisprudenza all'Università degli Studi di Trieste. Scrivere di sport è un'opportunità di crescita; gioca a calcio. @Bevilacqua_93

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